Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Categoria: Festival

THE LOOK OF SILENCE (2014) di Joshua Oppenheimer

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Voto: 2/4

Alla 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia c’è spazio anche per il documentario d’autore. Joshua Oppenheimer con The Look of Silence dirige una sorta di seguito di The Act of Killing (pluripremiato e candidato a un Oscar), un progetto nato dall’esigenza di aggiungere alcuni dettagli al racconto del terrificante sterminio dei comunisti nell’Indonesia anni ‘60. Questa volta il genocidio è narrato dalla prospettiva delle vittime, in particolare di un oculista cui il regime ha strappato il fratello.

Oltre a essere un progetto discutibile dal piano tecnico (i documentari hanno una struttura che difficilmente prevede seguiti), anche sul piano contenutistico e realizzativo viene completamente stravolto lo spirito di The Act of killing. In questo lungometraggio presentato a Venezia sono spariti gli interessanti rimandi meta-cinematografici (c’è solo il protagonista ripreso nell’atto di guardare alcuni filmati), mentre appare una pesante e a tratti stucchevole indagine sulle colpe dei carnefici. I lunghi faccia a faccia e le nudità mostrate dell’anziano padre del protagonista sono dei superficiali mezzi per impressionare lo spettatore, molto lontani dalle ironiche (ma comunque agghiaccianti) messe in scena degli stessi killer.

Caricato da un paragone troppo pesante, Oppenheimer porta al Festival una pellicola purtroppo lontana parente dell’arguto capitolo precedente.

BELLUSCONE, UNA STORIA SICILIANA (2014) di Franco Mareco

BELLUSCONEVoto 3/4

Il festival ha bisogno proprio di questo: una storia raccontata con brio e che riesca a colpire là dove la normale informazione latita.  Una fotografia spietata e spassosa quella di Franco Mareco, regista di Belluscone, una storia sicilianapresentato nella sezione Orizzonti della 71. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Un documentario sempre a cavallo tra il serio e il faceto, che ha come protagonista il critico Tatti Sanguineti.

Con il suo stile che rese indimenticabile Cinico TV su Raitre, Mareco (definito nel film dallo stesso Sanguineti “uno dei cineasti più sottovalutati del panorama italiano”) vuole immortalare una Sicilia innamorata di Berlusconi e non disposta a parlare di mafia. Una regione devota ai cantanti neo melodici di importazione campana, idoli di piazza con tanto di manager, costretti a leggere i pizzini arrivati dal pubblico. Un documentario che mescola intelligentemente la finzione e la realtà, il colore al bianco e nero, i telegiornali alle interviste. Il tutto con una grande vena comica dissacrante. Lontano anni luce dai sopravvalutati Sacro Gra (Leone d’Oro dello scorso anno), Tir e persino dell’esperimento di Pif La mafia uccide solo d’estate, il film dovrebbe essere proiettato dappertutto per la lucidità con cui conduce la propria tesi.

DRINKING BUDDIES di Joe Swanberg (2013)

Drinking-buddiesVoto 2/4

La teoria per cui in amore gli opposti si attraggono viene demolita a suon di pinte dal regista/sceneggiatore Joe Swanberg in Drinking Buddies, presentato al 31° Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile. La pellicola è un classico walzer sentimentale caratterizzato da scambi di coppia. Luke (Jake Johnson) è fidanzato con Jill (Anna Kendrick) mentre Kate (Olivia Wilde) ha una relazione con Chris (Ron Livingston). Ma tutti provano interesse per l’altro/a, chi sul posto di lavoro (Luke e Kate sono colleghi in un birrificio), chi nel tempo libero (Chris e Jill condividono i propri hobby).

Si tratta di una commedia spenta e a tratti banale che però ha dialoghi totalmente improvvisati (gli attori erano a conoscenza solo della successione cronologica degli eventi). Un progetto rischioso al punto tale da divenire affascinare. Un’opera prima affidata completamente alla bravura degli interpreti è un’operazione tentata poche volte nella storia del cinema.

Il fascino dell’idea però si spegne presto: il lento incedere degli eventi è purtroppo accompagnato da troppi scambi forzati. L’effettiva riuscita del film è minata dalle scarse capacità attoriali, vero ostacolo per l’interessante progetto.

Persino la fotografia (curata dal giovane prodigio Ben Richardson, divenuto famoso grazie al grande lavoro svolto in Re della terra selvaggia) passa completamente inosservata, annebbiata dai fiumi di birra che scorrono in Drinking Buddies. Fotografia di una società in cui persino i rapporti umani dipendono dalla quantità di alcol scolato, legami sempre più incompleti per essere considerati coraggiosi.

C.O.G. di Kyle Patrick Alvarez (2013)

cog-sundance2013-kyle-alvarez-su-david-sedaris-01-1Voto: 1,5/4

“Ci sono tante persone malate, che hanno esistenze senza uno scopo o senza obiettivi”. Da questa frase comincia il percorso di C.O.G.,curiosa opera seconda di Kyle Patrick Alvarez in concorso al 31° Torino Film Festival e interpretata dal giovane Jonathan Groff. Un film dall’andamento rapsodico e dalle pretese generazionali kerouachiane alla Into the Wild.

Sono questi gli esempi da cui parte David, studente di Yale che decide di passare l’estate raccogliendo mele in Oregon. Questa discesa verso gli States rurali, originariamente architettata da una compagna snob e alternativa, porta il protagonista a scontrarsi con alcune situazioni che mai l’avrebbero sfiorato tra le mura del suo ricco campus.

Il film (girato bene dal giovane Alvarez) è tratto da un racconto di David Sedaris che mette in scena un lungo viaggio alla ricerca di sé stessi, alla scoperta della propria sessualità e spiritualità. Fin qui nulla di originale, sennonché il vuoto esistenziale del personaggio ha un effetto negativo sulla pellicola: qui non c’è magia nella scoperta dell’ignoto, lo smarrimento generazionale è ancor più odioso a causa dell’atteggiamento altezzoso di un bamboccione poco sgamato.

È divenuta ormai abitudine ironizzare sulle nuove generazioni svogliate e senza obiettivi. Però appare ancor più ridicolo che questi giudizi vengano da coloro che consapevolmente contribuirono all’impoverimento della società. C.O.G. è in definitiva falsamente moderno e fastidiosamente ironico e non permette di empatizzare con il personaggio principale, troppo impegnato nel sentirsi diverso.

Retrospettiva sulla NEW HOLLYWOOD al 31° TORINO FILM FESTIVAL

Mean Streets

Lo storico autore statunitense Peter Biskinduna volta scrisse: “I tredici anni intercorsi traGangster Story del 1967 e I cancelli del cielodel 1980 furono l’ultimo periodo in cui fu un’esperienza veramente entusiasmante fare film a Hollywood; fu l’ultima volta che si poté andare orgogliosi dei film prodotti; l’ultima volta che l’intera comunità della gente del cinema contribuì alla qualità; l’ultima volta che ci fu un pubblico in grado di sostenerla”.

Una così netta presa di posizione potrà sicuramente essere criticata a posteriori, ma non va dimenticato l’impatto che la cosiddettaNuova Hollywood ebbe sulla storia del cinema: si passò da un’industria nel pieno della crisi (generata dalla concorrenza della televisione e dall’incapacità degli studios di tenere il passo con il terremoto culturale giovanile) a un “sommovimento culturale radicale che coinvolse personalità e talenti molto diversi e che influenzò intere generazioni di cineasti e spettatori”.[1]

L’importanza di tale rivoluzione è il motivo per cui il prossimo Torino Film Festivalospiterà una lunga retrospettiva curata da Emanuela Martini e dedicata alla New Hollywood: il nuovo cinema americano tra i l 1967 e il 1976. Oltre a titoli indispensabili del calibro di Cinque pezzi facili, Mean StreetsPat Garret e Billy the KidUno squillo per l’ispettore Klute e Non si uccidono così anche i cavalli?, verranno proiettati una serie di film meno noti ma altrettanto interessanti come Electra Glide, Dilinger, Piccoli omicidi, Smile e Il pornografo.

La retrospettiva comprenderà complessivamente tra i 70 e gli 80 film, si articolerà in due anni e tenterà, anche con la collaborazione del Dams dell’Università degli studi di Torino, di tracciare un quadro esauriente della produzione e dell’immaginario di quel decennio. Il pubblico del festival potrà così apprezzare i miti originati dalla controcultura ed elaborati nel corso di un decennio dai giovani talenti provenienti dal cinema indipendente e dai nuovi autori che si formarono in televisione.

Film che nacquero grazie al vento che stava attraversando l’atlantico, alimentati da quell’affascinante folata che fu il cinema d’autore europeo. Un cinema verità, un racconto sincero e disincantato di ciò che c’era attorno: una società in preda a terribili contraddizioni che per la prima volta aveva nei suoi giovani un’arma potentissima contro le istituzioni.

La rinascita di Hollywood è dunque un’ottima metafora da utilizzare anche oggi, sia dentro sia fuori dalla sala. Le idee e la tenacia di questi autori dovrebbero fungerci da esempio per rilanciare una società sopita in troppi  contesti. Una rinascita culturale che rassegne come quella torinese cercano di spronare dalle fondamenta, anche attraverso retrospettive dal valore storico unico.

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