WHIPLASH (2015) di Damien Chazelle

di Andrea Pesoli

whiplashVoto: 2,5/4

C’è qualcosa di speciale che lega il cinema alla musica jazz, sin dal lontano 6 ottobre 1927 in cui venne proiettato a New York il primo film sonoro della storia, Il cantante di jazz, diretto da Alan Crosland con Al Jolson bianco camuffato da neroA 88 anni di distanza da quello straordinario evento, esce in sala un piccolo gioiellino (candidato a 5 oscar, e ne meriterebbe un paio almeno, visti i film in gara)  che rivitalizza l’incredibile legame, ovvero Whiplash di Damien Chazelle.

Il regista statunitense, al suo secondo lungometraggio dopo Guy and Madeline on a Park Bench (e anche lì la musica era protagonista), dirige un’opera violenta e ritmata che può vantare un cast in stato di grazia composto dal giovane Miles Teller e dal luciferino J.K. Simmons. Andrew (Miles Teller) è un batterista jazz, iscritto al conservatorio di New York, che insperatamente raggiunge la più importante orchestra della scuola, diretta dal temuto Fletcher (J.K. Simmons). L’ossessione di diventare il migliore spingerà il giovane protagonista a sacrificare i propri affetti e si scontrerà con i metodi violenti e traumatizzanti del direttore del complesso.

Non privo di scivoloni retorici, Whiplash è un film gradevole, capace di infondere l’amore per la musica mediante la complessa relazione tra i due personaggi principali. I dialoghi spesso scioccanti e repentini fanno da perfetto compendio alle furiose rullate di batteria o all’armonico incedere dei brani. Il tutto montato rapsodicamente alla perfezione da un cast tecnico che dimostra di conoscere a fondo la materia. Diametralmente opposto rispetto all’ormai mitico L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir, qui il rapporto insegnate-allievo diviene fin da subito morboso e ossessivo, esempio stordente di odio reciproco capace di generare mostri o geni, senza alcuna via di mezzo. Tutto il sistema educativo contemporaneo è messo in discussione dal regista, il cui slogan è pronunciato dallo stesso Fletcher al tavolino di un club: “non esistono due peggiori parole al mondo di bel lavoro”. Un’educazione fatta di schiaffi e sangue, che lo spettatore rifiuterà d’istinto ma che finirà cinicamente per accettare.

Articolo pubblicato su Cultweek