MOMMY (2014) di Xavier Dolan

di Andrea Pesoli

MommyVoto: 3,5/4

Mommy di Xavier Dolan, premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, è la storia (ripresa in formato 1:1) di Steve, ragazzo affetto da un disturbo di personalità che torna a vivere con la madre dopo un periodo in un centro di recupero. La donna sarà così costretta a riaccogliere e arginare il ragazzo, aiutata nel difficile compito da una vicina ex insegnante. E la nostra attenzione è tutta sui volti (da qui il formato ristretto), focalizzata sulle espressioni e gli attimi che dividono la tranquillità apparente dalla violenza più cieca.

Il tumulto mentale di Steve è difficile da arginare, e il protagonista cerca di fronteggiarlo attraverso una compilation di ricordi musicali incredibilmente variegata e pop (si passa con facilità disarmante da Bocelli agli Eiffel 65).
Ecco un buon esempio di cosa oggi dovrebbe essere il cinema: un mezzo per veicolare messaggi unici, originali e indispensabili, in un’epoca in cui non si lotta più per i propri diritti ma per trovare una collocazione nel mondo. Vorremmo vedere sempre più protagonisti che non rivendicano in astratto, non ambiscono a cambiare la società, ma cercano più “semplicemente” di trovare un equilibrio nella propria esistenza.

Non un’opera sugli ultimi, ma su chi è fuori asse rispetto al normale schema designato dalla civiltà. Una maestra che non riesce a parlare, una madre mai cresciuta e un ragazzo senza filtri sono perfette pedine che si spostano disperate in una scacchiera priva di riquadri. Il cast merita quindi una menzione speciale: i tre attori principali, già diretti in passato da Dolan, trovano qui un’alchimia inarrivabile. Anne DorvalAntoine-Olivier Pilon e Suzanne Clément si lasciano travolgere dagli improvvisi picchi emotivi presenti nello script, coinvolgendo e straziando senza diritto di replica il pubblico in sala.

Ma ecco che, come accade a volte nella realtà, inaspettatamente si trova un equilibrio, una fase di apparente felicità dove lo schermo si apre e fa sognare. Qualcosa di sfuggevole, però, una sensazione che svanisce con la facilità con cui si apre una busta: perché i problemi ritornano sempre. Ma è giusto così: nessuno si illude, nessuno sogna (tranne una rapida proiezione sulle note di Ludovico Einaudi), la realtà è troppo dura, imperfetta. E Dolan è in grado di raccontarla con maestria da veterano, nonostante abbia solo 25 anni.

Articolo pubblicato su Cultweek