Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Mese: marzo, 2015

SELMA – LE ALI DELLA LIBERTA’ (2015) di Ava DuVernay

selmaVoto: 1,5/4

Il cinema americano produce spesso delle opere di carattere biografico/storico per riaffermare le conquiste del passato in una società sempre in contraddizione con se stessa. Pellicole che difficilmente all’estero vengono altrettanto apprezzate, ma che in patria riscuotono successo proprio perché rispondono a quest’esigenza ben precisa. Quando nel 2013 la Corte Suprema ha deciso di cancellare la parte del Voting rights act che obbligava alcuni stati del Sud a chiedere l’autorizzazione prima di modificare le proprie leggi elettorali, un film come Selma – Le ali della libertà di Ava DuVernay è diventato necessario. Necessario per ricordare quanto duramente Martin Luther King Jr. e il movimento per i diritti degli afroamericani avessero combattuto nel 1965 per conquistare quelle regole in stati altamente razzisti.

La storia ha inizio in un piccolo paese dell’Alabama, Selma appunto, dove il tentativo di voto (fallito) da parte dell’attivista Annie Lee Cooper (Oprah Winfrey, anche co-produttrice del film) diede il via a un’escalation di proteste, repressioni violente a lotte capace di coinvolgere persino Martin Luther King Jr. (David Oyelowo). Tra il tentativo d’ingerenza del presidente Lyndon B. Johnson (Tom Wilkinson) e il “lavoro sporco” dell’FBI, gli occhi del paese intero si rivolsero verso le marce insanguinate per i diritti civili organizzate a Selma.

Come gli altri candidati all’Oscar per il miglior film The Imitation Game di Morten Tyldum e La teoria del tutto di James Marsh, anche Selma è un biopic ad alto tasso emotivo e di facile fruizione. Tuttavia, a differenza degli altri due contendenti, il film della DuVernay (sceneggiato da Paul Webb) è un lungo sermone auto-celebrativo che non lascia nulla all’immaginazione. Gli infiniti dialoghi e un plot talmente aderente alla realtà da risultare a tratti pedante, sono i difetti principali di un’opera furba tanto quanto The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca (2013) di Lee Daniels, dove Forrest Whitaker interpreta l’assistente nero di tanti presidenti, da Dwight Eisenhower a Ronald Reagan, anche questo ispirato a una storia vera.

Un’idea di cinema impegnato forse consolatoria, ma lontana da ciò che andrebbe fatto: per educare il pubblico non servono queste narrazioni perfette, plastiche, leccate, bisogna piuttosto colpire con la più cruda delle realtà. In questo senso, l’esempio migliore arriva dal recente lavoro del regista britannico Steve McQueen, capace di sconvolgere e far discutere con 12 anni schiavo. Nessun filtro va concesso: per capire tutti devono rivivere (anche se per osmosi, attraverso lo schermo) ciò che all’epoca i personaggi videro coi loro occhi e patirono in prima persona. Da salvare la bella prova di Oyelowo e la colonna sonora, la cui canzone di punta Glory (cantata da John Legend e Common) ha già ricevuto un Golden Globe e vola ad ali spiegate verso l’Oscar. Selma – Le ali della libertà rimane un racconto troppo retorico e patinato, incapace di emozionare o forse anche di smuovere le coscienze.

Articolo pubblicato su Cultweek

WHIPLASH (2015) di Damien Chazelle

whiplashVoto: 2,5/4

C’è qualcosa di speciale che lega il cinema alla musica jazz, sin dal lontano 6 ottobre 1927 in cui venne proiettato a New York il primo film sonoro della storia, Il cantante di jazz, diretto da Alan Crosland con Al Jolson bianco camuffato da neroA 88 anni di distanza da quello straordinario evento, esce in sala un piccolo gioiellino (candidato a 5 oscar, e ne meriterebbe un paio almeno, visti i film in gara)  che rivitalizza l’incredibile legame, ovvero Whiplash di Damien Chazelle.

Il regista statunitense, al suo secondo lungometraggio dopo Guy and Madeline on a Park Bench (e anche lì la musica era protagonista), dirige un’opera violenta e ritmata che può vantare un cast in stato di grazia composto dal giovane Miles Teller e dal luciferino J.K. Simmons. Andrew (Miles Teller) è un batterista jazz, iscritto al conservatorio di New York, che insperatamente raggiunge la più importante orchestra della scuola, diretta dal temuto Fletcher (J.K. Simmons). L’ossessione di diventare il migliore spingerà il giovane protagonista a sacrificare i propri affetti e si scontrerà con i metodi violenti e traumatizzanti del direttore del complesso.

Non privo di scivoloni retorici, Whiplash è un film gradevole, capace di infondere l’amore per la musica mediante la complessa relazione tra i due personaggi principali. I dialoghi spesso scioccanti e repentini fanno da perfetto compendio alle furiose rullate di batteria o all’armonico incedere dei brani. Il tutto montato rapsodicamente alla perfezione da un cast tecnico che dimostra di conoscere a fondo la materia. Diametralmente opposto rispetto all’ormai mitico L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir, qui il rapporto insegnate-allievo diviene fin da subito morboso e ossessivo, esempio stordente di odio reciproco capace di generare mostri o geni, senza alcuna via di mezzo. Tutto il sistema educativo contemporaneo è messo in discussione dal regista, il cui slogan è pronunciato dallo stesso Fletcher al tavolino di un club: “non esistono due peggiori parole al mondo di bel lavoro”. Un’educazione fatta di schiaffi e sangue, che lo spettatore rifiuterà d’istinto ma che finirà cinicamente per accettare.

Articolo pubblicato su Cultweek

AMERICAN SNIPER (2014) di Clint Eastwood

american_snipersVoto: 1,5/4

È impossibile oggi non considerare Clint Eastwood come uno dei massimi registi viventi. Purtroppo però, come spesso accade a cineasti dalla carriera infinita, realizzare opere ancora interessanti si fa di anno in anno più difficile. Non basta l’esperienza a colmare il vuoto che l’attesa ogni volta scava impietosa. Dopo aver portato in sala l’acclamato spettacolo di Broadway Jersey Boys (2014), Eastwood decide di allontanarsi dal musical per raccontare in American Sniper una storia (vera) a lui più affine: quella di Chris Kyle, il cecchino più letale che l’esercito statunitense abbia mai avuto.

A vestire i panni del soldato protagonista ci pensa Bradley Cooper, adatto per interpretare il superuomo che solo a tratti lascia trasparire il proprio stato d’animo, diviso costantemente tra famiglia e patria. Un percorso che compie quasi come una macchina guidata a tutta velocità dallo Zio Sam, con alcune incertezze o dubbi che sorgono flebilmente solamente a fine corsa. Proprio per questo, nonostante sia un racconto ispirato a fatti realmente accaduti, American Sniper non risulta realistico. Un errore che nasce dal mix tra scarso approfondimento psicologico del personaggio ed eccessivo utilizzo di una ridondante retorica patriottica (facilmente perdonabile e meno presente in bellissimi film come Gran Torino o Flags of Our Fathers). I dialoghi pomposi riescono solo ad accentuare i vuoti di sceneggiatura e la totale superficialità nel raccontare le psicopatologie post-belliche.

Eastwood perde inoltre un inevitabile (a livello temporale) impietoso confronto con quello che in poco tempo è diventato un punto di riferimento del genere, girato da Kathryn Bigelow e intitolato Zero Dark Thirty (2012). Sono ancora troppo vive nella memoria degli appassionati (e non) quelle straordinarie immagini di puro cinema in cui i SEALS scovavano e uccidevano Osama Bin Laden. Il paragone semplicemente non regge, il ritmo compassato non permette nemmeno ai più mordaci fan dell’ottantaquattrenne regista di apprezzare questa sua ultima fatica.

L’unica sequenza da ricordare è l’arrivo di una tempesta di sabbia durante un prolungato scontro a fuoco, in cui gli sfocati soldati si muovono veloci come fantasmi all’inferno verso la salvezza. Peccato che siano solo pochi i secondi in cui il conflitto rappresentato assume i toni confusi che questa guerra ebbe nella realtà: una lotta impari e caotica contro un nemico perfetto pronto a tutto pur di vendicarsi.

Articolo pubblicato su I-FILMSonline

PRIDE (2014) di Matthew Warchus

prideVoto: 2,5/4

Con una scatenata colonna sonora anni ’80, capace di far muovere anche lo spettatore più impacciato, arriva nelle sale Pride di Matthew Warchus, pellicola che ha conquistato il pubblico vincendo una Queer palm all’ultimo Festival di Cannes. Le note dei Joy Division, Queen, Human League e Pet Shop Boys accompagnano egregiamente quello che in patria è stato un enorme successo al botteghino e che ha raccolto quasi solo pareri positivi dalla critica.

Londra 1984: il giovane attivista gay Mark Ashton (Ben Schnetzer) decide di fondare un movimento che solidarizzi con i minatori britannici, impegnati in un lungo sciopero contro le dure misure adottate dal governo della premier Margaret Thatcher. LGSM (acronimo di Lesbiche e gay supportano i minatori) dovrà però affrontare a Londra le difficoltà della raccolta dei fondi e nello sperduto paese di Onllwyn, nella valle del Delais, combattere la diffidenza dei lavoratori gallesi, scettici nel ricevere un aiuto da un gruppo apertamente omosessuale.

Pride si colloca a pieno merito nella tradizione britannica della commedia brillante, frutto di un’ironia leggera abbinata solitamente a situazioni curiosamente fuori dal comune. Un genere cinematografico che negli ultimi anni ha regalato alcuni piccoli casi come Billy Elliot (2000) e Full Monty – Squattrinati organizzati (1997). E proprio come questi due illustri precedenti, il film di Warchus si fonda sul contrasto di due mondi antitetici che generano situazioni divertenti al solo contatto. Perché nell’Inghilterra di metà anni Ottanta la desolata, arretrata e chiusa campagna del Galles, e soprattutto gran parte dei suoi abitanti (dai quali si discostano il solito strepitoso Bill Nighy, leader della Union locale e Imelda Staunton, che incarna l’anima popolare più aperta) non è pronta ad accogliere, sia pure come alleati degli orgogliosi e cosmopoliti giovani che rivendicano e difendono il proprio orientamento sessuale.

Un esempio che noi italiani oggi dovremmo far nostro, in un paese in cui la commedia sulle diversità assume i toni banali e bozzettistici dei vari Benvenuti al Sud (2010) e del più recente La scuola più bella del mondo (2014). Film in grado di far ridere solo attraverso l’iperbole regionale, con buona pace della ben più alta tradizione dei vari Risi e Monicelli.

Pride nasce da una storia vera, sostanzialmente rispettata dalla sceneggiatura discreta anche se forse a tratti troppo melensa, di Stephen Beresford, che culmina nella parziale integrazione dei due gruppi, con conseguenze tutte da gustare. Una conquista difficile da raggiungere, tanto nelle periferiche lande gallesi, quanto nella City proiettata al futuro: perché i nemici, comuni da sconfiggere (oltre all’arcigna Thatcher) sono il pregiudizio e l’ignoranza.

Articolo pubblicato su Cultweek

MOMMY (2014) di Xavier Dolan

MommyVoto: 3,5/4

Mommy di Xavier Dolan, premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, è la storia (ripresa in formato 1:1) di Steve, ragazzo affetto da un disturbo di personalità che torna a vivere con la madre dopo un periodo in un centro di recupero. La donna sarà così costretta a riaccogliere e arginare il ragazzo, aiutata nel difficile compito da una vicina ex insegnante. E la nostra attenzione è tutta sui volti (da qui il formato ristretto), focalizzata sulle espressioni e gli attimi che dividono la tranquillità apparente dalla violenza più cieca.

Il tumulto mentale di Steve è difficile da arginare, e il protagonista cerca di fronteggiarlo attraverso una compilation di ricordi musicali incredibilmente variegata e pop (si passa con facilità disarmante da Bocelli agli Eiffel 65).
Ecco un buon esempio di cosa oggi dovrebbe essere il cinema: un mezzo per veicolare messaggi unici, originali e indispensabili, in un’epoca in cui non si lotta più per i propri diritti ma per trovare una collocazione nel mondo. Vorremmo vedere sempre più protagonisti che non rivendicano in astratto, non ambiscono a cambiare la società, ma cercano più “semplicemente” di trovare un equilibrio nella propria esistenza.

Non un’opera sugli ultimi, ma su chi è fuori asse rispetto al normale schema designato dalla civiltà. Una maestra che non riesce a parlare, una madre mai cresciuta e un ragazzo senza filtri sono perfette pedine che si spostano disperate in una scacchiera priva di riquadri. Il cast merita quindi una menzione speciale: i tre attori principali, già diretti in passato da Dolan, trovano qui un’alchimia inarrivabile. Anne DorvalAntoine-Olivier Pilon e Suzanne Clément si lasciano travolgere dagli improvvisi picchi emotivi presenti nello script, coinvolgendo e straziando senza diritto di replica il pubblico in sala.

Ma ecco che, come accade a volte nella realtà, inaspettatamente si trova un equilibrio, una fase di apparente felicità dove lo schermo si apre e fa sognare. Qualcosa di sfuggevole, però, una sensazione che svanisce con la facilità con cui si apre una busta: perché i problemi ritornano sempre. Ma è giusto così: nessuno si illude, nessuno sogna (tranne una rapida proiezione sulle note di Ludovico Einaudi), la realtà è troppo dura, imperfetta. E Dolan è in grado di raccontarla con maestria da veterano, nonostante abbia solo 25 anni.

Articolo pubblicato su Cultweek

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