Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Mese: settembre, 2014

HUNGRY HEARTS (2014) di Saverio Costanzo

hungry-heartsVoto 1/4

È stato accolto da timidi applausi il secondo film italiano in Concorso al Festival di Venezia, Hungry Hearts di Saverio Costanzo con Alba Rohrwacher e Adam Driver. La pellicola, tratta dal libro Il bambino indaco di Marco Franzoso, è ambientata in un piccolissimo appartamento di New York in cui convivono Mina (Alba Rohrwacher) e Jude (Adam Driver), coppia moderna alle prese con una gravidanza non programmata. La giovane neo mamma, convinta che il piccolo sia speciale (definito da un’indovina “un bimbo indaco”), inizierà a prendersene cura ossessivamente mettendo a repentaglio la salute del pargolo.

Costanzo ci riprova al Lido dopo aver presentato La solitudine dei numeri primi nel 2010, ma purtroppo il risultato è anche questa volta negativo. Con una colonna sonora che pare sempre casuale, il confuso susseguirsi degli eventi è supportato da una messa in scena dilettantesca al limite del ridicolo; close-up inutili, movimenti di camera superflui e un errato uso delle luci sono solamente alcuni degli esempi sparsi nel film. Un racconto che sarebbe potuto essere ambientato in Italia (la Grande mela non è quasi mai caratterizzata), raffazzonato collage di banali citazioni al cinema di genere. Da dimenticare.

MANGLEHORN (2014) di David Gordon Green

manglehornVoto: 1,5/4

David Gordon Green torna alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia un anno dopo Joe (2013) con Manglehorn, deludente storia di un anziano fabbro nostalgico interpretato da Al Pacino. Il cast è completato da Holly Hunter, Harmony Korine e Chris Messina. In Texas vive Angelo Manglehorn, proprietario di una ferramenta tormentato dall’amore per una vecchia fiamma che, per rompere la noiosa quotidianità, decide di (ri)costruire alcuni rapporti umani (con il figlio che non vede mai e con l’impiegata compiacente della banca).

Dopo gli applausi che accompagnarono la proiezione del convincente Joe, questa volta Gordon Green toppa alla grande in Laguna, dirigendo una pellicola senza idee e con alcune fastidiose cadute di stile (come la sequenza in cui due personaggi cantano a squarciagola in banca), difficilmente inquadrabili nel tono complessivo dell’opera. Scelte che spiazzano il pubblico e che sicuramente non aiutano la leggibilità del film. Il più grosso difetto resta però la grave carenza di contenuti, in un plot debole e quasi mai interessante che procede lento verso un finale enigmatico e fastidioso. Appaiono in questo senso interminabili le parti in cui la dissolvenza permette ad Angelo di leggere le frasi scritte per l’ex amante. Criticità queste che hanno la meglio anche sulla prova di Al Pacino, apparso stanco nel mettere in scena un personaggio assai confuso e molto prolisso.

99 HOMES (2014) di Ramin Bahrani

99_HomesVoto: 2/4

La crisi immobiliare made in Usa va in scena al Lido. Una delle piaghe più devastanti della storia americana è il soggetto su cui è costruito 99 Homes di Ramin Bahrani, film presentato in concorso alla 71. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. La pellicola ambientata a Orlando in Florida, è interpretata da Andrew Garfield, Michael Shannon e Laura Dern. Dennis (Andrew Garfield) è un ragazzo padre a cui viene pignorata la casa dalle banche. Alloggiato temporaneamente in un motel, il protagonista troverà poi lavoro nel settore proprio grazie al potente esecutore del suo sfratto (Michael Shannon).

Da uno spunto veramente originale prende vita con il passare dei minuti una pellicola stucchevolmente classica, un difetto che nasce dalla necessità di compiacere a tutti i costi un’ampia fetta di pubblico (probabile infatti una distribuzione massiccia nelle sale). Alcune fasce infatti non avrebbero sopportato un ritratto fedele, duro e disincantato: il lieto fine è quindi un abbaglio funzionale alla causa. Lo stesso non può essere detto per il protagonista Garfield, qui al primo ruolo senza costume dopo The Amazing Spiderman. Fisicamente molto lontano dal tutto fare provato dalla crisi, l’attore paga pegno nonostante l’impegno. Shannon e Dern invece, come al solito in parte.

THE LOOK OF SILENCE (2014) di Joshua Oppenheimer

the_look_of_silence

Voto: 2/4

Alla 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia c’è spazio anche per il documentario d’autore. Joshua Oppenheimer con The Look of Silence dirige una sorta di seguito di The Act of Killing (pluripremiato e candidato a un Oscar), un progetto nato dall’esigenza di aggiungere alcuni dettagli al racconto del terrificante sterminio dei comunisti nell’Indonesia anni ‘60. Questa volta il genocidio è narrato dalla prospettiva delle vittime, in particolare di un oculista cui il regime ha strappato il fratello.

Oltre a essere un progetto discutibile dal piano tecnico (i documentari hanno una struttura che difficilmente prevede seguiti), anche sul piano contenutistico e realizzativo viene completamente stravolto lo spirito di The Act of killing. In questo lungometraggio presentato a Venezia sono spariti gli interessanti rimandi meta-cinematografici (c’è solo il protagonista ripreso nell’atto di guardare alcuni filmati), mentre appare una pesante e a tratti stucchevole indagine sulle colpe dei carnefici. I lunghi faccia a faccia e le nudità mostrate dell’anziano padre del protagonista sono dei superficiali mezzi per impressionare lo spettatore, molto lontani dalle ironiche (ma comunque agghiaccianti) messe in scena degli stessi killer.

Caricato da un paragone troppo pesante, Oppenheimer porta al Festival una pellicola purtroppo lontana parente dell’arguto capitolo precedente.

BELLUSCONE, UNA STORIA SICILIANA (2014) di Franco Mareco

BELLUSCONEVoto 3/4

Il festival ha bisogno proprio di questo: una storia raccontata con brio e che riesca a colpire là dove la normale informazione latita.  Una fotografia spietata e spassosa quella di Franco Mareco, regista di Belluscone, una storia sicilianapresentato nella sezione Orizzonti della 71. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Un documentario sempre a cavallo tra il serio e il faceto, che ha come protagonista il critico Tatti Sanguineti.

Con il suo stile che rese indimenticabile Cinico TV su Raitre, Mareco (definito nel film dallo stesso Sanguineti “uno dei cineasti più sottovalutati del panorama italiano”) vuole immortalare una Sicilia innamorata di Berlusconi e non disposta a parlare di mafia. Una regione devota ai cantanti neo melodici di importazione campana, idoli di piazza con tanto di manager, costretti a leggere i pizzini arrivati dal pubblico. Un documentario che mescola intelligentemente la finzione e la realtà, il colore al bianco e nero, i telegiornali alle interviste. Il tutto con una grande vena comica dissacrante. Lontano anni luce dai sopravvalutati Sacro Gra (Leone d’Oro dello scorso anno), Tir e persino dell’esperimento di Pif La mafia uccide solo d’estate, il film dovrebbe essere proiettato dappertutto per la lucidità con cui conduce la propria tesi.

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