Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Mese: aprile, 2014

SNOWPIERCER (2014) di Bong Joon-ho

Snowpiercer_st_02Voto 3/4

Al cinema la fantascienza di stampo apocalittico ha spesso alternato momenti di gloria sperimentale come in La jetée del francese Chris Marker, a dimenticabili saggi biblici alla Codice genesi interpretato da Denzel Washington. Nel 2014 è passata dalle sale italiane una piccola perla ambientata nel 2031, ispirata a un fumetto francese e trasposta da un promettente regista sudcoreano. Il film in questione è Snowpiercer di Bong Joon-ho, una coproduzione Stati Uniti, Corea del Sud e Francia capace di risvegliare gli animi degli orfani post-apocalittici.

A seguito di uno sciagurato piano per porre rimedio agli effetti del buco dell’ozono, sul pianeta terra ormai ghiacciato è rimasto solamente un treno. Un manipolo di uomini che sopravvive in questa società artificiale su rotaia. I poveri abitanti dell’ultimo vagone, ormai stanchi dei soprusi, intraprenderanno una sanguinosa scalata sociale guidati dal temerario Curtis (Chris Evans).

Il film non si distingue per l’originale metafora (molti prima di Bong Joon-ho avevano cercato di rappresentare l’eterno equilibrio tra classi agiate e povere), e neanche l’idea di comprimere il tutto nei vagoni del treno rompighiaccio basta per elevare la pellicola dalla paludosa mediocrità da multisala. Ciò che distingue veramente Snowpiercer è l’azzeccato tentativo di unire due mondi cinematograficamente agli antipodi: da un lato il classico approccio colossale statunitense, che si palesa nell’importante cast e nell’ingente somma destinata agli effetti speciali, dall’altro versante soffia forte l’influenza asiatica sospinta dalla voyeuristica crudezza delle sequenze adrenaliniche mescolata all’originalità dei personaggi rappresentati. Un mix capace di far innamorare all’istante qualsiasi spettatore.

Sullo schermo si alterneranno veloci gli scenari e i personaggi più disparati, con un ritmo che non concederà respiro fino alle sequenze finali. Anche grazie alle grandissime prove di Tilda Swinton e della star sudcoreana Song Kang-ho il film è un piccolo gioiellino da non lasciarsi scappare.

GRAND BUDAPEST HOTEL di Wes Anderson (2014)

The Grand Budapest HotelVoto 3/4

Basta stress da prenotazione, code ai check-in e soggiorni in hotel fatiscenti. La vacanza (di lusso) questa volta si fa in sala grazie a Wes Anderson e il suo Grand Budapest Hotel. Orso d’Argento a Berlino in grado di convincere anche i più scettici, a differenza di Moonrise Kingdom (precedente fatica di Anderson) qui ci si emoziona in un crescendo tanto adrenalinico quanto nostalgico.

Tra le due guerre mondiali nella remota repubblica di Zubrowka sorgeva uno splendente hotel tra le montagne, il Grand Budapest Hotel. Il lussuoso luogo di villeggiatura era magistralmente diretto da M. Gustave (Ralph Fiennes), incantatore di vecchie signore capace di guidare alla perfezione l’intero personale. Un giorno, prima che la guerra stravolgesse per sempre quel luogo di pace, il protagonista incontrò il giovane Zero Moustafa (Tony Revolori), nuovo e inesperto “lobby boy” e tra i due nacque un’amicizia capace di resistere ad ogni disavventura.

Gli interpreti di tutto il mondo fanno la fila per poter strappare anche solo una piccola particina nei film del regista texano. Anche in questo caso l’elenco è infinito: Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda Swinton, Willem Dafoe, Léa Seydoux, Owen Wilson, Adrien Brody, F. Murray Abraham e Bob Balaban. Non solo una sfilza di nomi illustri, ma una serie di professionisti disposti ad essere stravolti dal trucco pur di esserci. In questo senso sono da ricordare le grinzose espressioni di una Tilda Swinton ultra ottantenne e i canini aguzzi del cattivissimo Willem Dafoe.

Con un triplice salto temporale (accompagnato dal cambio di formato sullo schermo) che ci porta in sequenza nel 1985, nel 1968 e infine nel 1932, Anderson dimostra di saper “escogitare” cinema come pochi altri. I suoi film sono dei congegni studiati in ogni particolare (non solo nei costumi e nelle scenografie che tanto di moda vanno oggi). Il regista costruisce minuziosamente la sua storia, tutto s’incastra alla perfezione e ogni suo personaggio è caratterizzato al punto che potrebbe fare la fortuna anche dei più infimi autori da spin-off.

Turista fai da te? No Alpitur?
Tranquilli c’è Wes Anderson.

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