Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Mese: febbraio, 2014

12 ANNI SCHIAVO di Steve McQueen (2013)

twelve-years-a-slave-img01Voto: 3,5/4

Nel 2014 Steve McQueen entrerà di diritto nel gotha del cinema mondiale: nessunadisambiguazione, il regista britannico diverrà ancor più conosciuto e apprezzato. Dopo aver sconvolto tutti con Hunger ed essersi definitivamente consacrato dirigendo Shame, McQueen arriva nelle sale con 12 anni schiavo, uno dei più importanti film del prossimo anno. La pellicola è tratta dalle memorie di Solomon Northup, uomo di colore nato libero negli Stati Uniti del nord, che fu rapito e sottoposto a schiavitù in Louisiana per dodici anni.

Discesa di un uomo lucido e istruito verso gli inferi del profondo sud, dove il colore della pelle non differenziava gli uomini dagli uomini, ma gli uomini dagli animali. Il tutto è desumibile fin dal titolo, non in Italia però: tradurre 12 Years a Slave in 12 anni schiavo è un piccolo errore in confronto all’enorme gaffe delle locandine a sfondo razzista. Tuttavia omettendo la piccola proposizione, viene depotenziato il vero senso di un film che si differenzia da ogni altro per la sua capacità di raccontare la schiavitù come condizione acquisita e non come stato.

Anche in presenza di una base letteraria così solida sarebbe stato facilissimo scadere nella facile retorica, inserendo dei pomposi dialoghi sull’importanza della libertà e dell’uguaglianza. Invece la sapiente mano del regista ha evitato queste trappole, confezionando un film crudo fatto di silenzi e sguardi, di luci e ombre, lontano dalle omelie razziali in stile Lincoln.

12 anni schiavo è inoltre un formidabile film corale, capace di rendere indimenticabili anche le parti secondarie. McQueen non si poggia sulle sole spalle del superbo protagonista Chiwetel Ejiofor (come nelle opere precedenti con il suo attore feticcio Michael Fassbender), ma per la prima volta dimostra di saper orchestrare magistralmente un gran numero d’interpreti. In questo senso stupiscono le straordinarie prove di Lupita Nyong’o e Paul Dano, ognuna a suo modo prodotto delle capacità motivazionali e ipnotiche del regista.

Capacità che permettono di lasciare tracce indelebili sullo schermo come la sequenza dell’impiccagione di Solomon, dove un banale controcampo diventa una potentissima metafora sull’indifferenza. In questi pochi minuti Steve McQueen spazza via il provocatorio Django Unchained (2012), l’esaustivo Radici (1977) e persino il pluripremiato Amistad (1997). 12 anni schiavo è perciò il film definitivo sulla schiavitù negli Stati Uniti d’America.

Articolo pubblicato su I-FILMSonline

STORIA D’INVERNO di Akiva Goldsman (2014)

Storia-invernoVoto 1/4

A Hollywood si narra che un giorno il premio Oscar Martin Scorsese acquistò i diritti di un libro che non portò mai sullo schermo a causa dell’eccessiva complessità della storia. Una pubblicazione statunitense venerata dalla critica e capace di rompere le barriere del romanzo contemporaneo: si tratta di Storia d’inverno di Mark Helprin, pubblicato nel 1983 e la cui trasposizione cinematografica è stata affidata a Akiva J. Goldsman. Il film, uscito globalmente il giorno di San Valentino, è interpretato da Colin Farrell, Jessica Brown Findlay, Russell Crowe, Jennifer Connelly e Will Smith.

Un comune ladruncolo (Farrell) braccato dal suo ex datore di lavoro (Crowe) si innamora di una giovane abbiente molto malata (Brown Findlay). Il loro amore, interrotto a causa della prematura scomparsa della ragazza, rende il protagonista immune allo scorrere del tempo. Fino a quando non avrà portato a termine il suo “compito”, la vita e i nemici malvagi gli resteranno magicamente incollati.

Storia d’inverno è una fiaba divenuta magicamente un manifesto del cinema spazzatura, caratterizzata da buchi di sceneggiatura inimmaginabili persino per i maestri surrealisti. Ma a differenza della corrente che Luis Buñuel contribuì a rendere celebre, il non detto è frutto dell’inettitudine di chi ha firmato questa pellicola. Senza motivo vediamo succedersi sullo schermo un cavallo alato, un ladro a cui si apre il volto tra le fiamme, dei diamanti che permettono di scovare la preda e persino Lucifero che vive sotto un ponte con il volto di Will Smith. Il tutto senza mai una spiegazione.

Goldsman qui per la prima volta scrive, dirige e produce un film. In carriera si era limitato a fare una cosa per volta e l’Oscar per la sceneggiatura non originale di A Beautiful Mind è una luce in una carriera fatta di sole ombre. In questo caso però si è superato, dando vita a una pellicola involontariamente comica che in futuro diverrà un sicuro scult. Una spazzatura costata 46 milioni di dollari che non potrà mai essere paragonata nemmeno a Sharknado (nato secondo una specifica idea e costato solo un milione).

Una visione da risparmiarsi o da intraprendere per ridere a crepapelle. Una produzione che ha superato l’uragano Sandy e la bancarotta della compagnia degli effetti speciali. Un film insulso quanto la risposta di Goldsman alla domanda sul motivo per cui la Warner Bros. gli ha affidato il progetto: “Forse perché, come nella storia sono un tipo di romantico che ama ritrovare il vero senso delle cose”.

Articolo pubblicato su myword.it

MONUMENTS MEN di George Clooney (2014)

the-monuments-men-image02Voto: 1,5/4

Arriva da Hollywood un’inaspettata spinta ai tagli della ormai lontana riforma Gelmini. Tutti coloro che nei giorni scorsi hanno firmato petizioni affinché la storia dell’arte venisse ripristinata nelle scuole si rassegnino. I Monuments Men di George Clooney sono gli eccezionali testimonial di un autogol memorabile: lo spettatore medio dopo soli 118 minuti sarà magicamente d’accordo con la concretezza dell’ex ministro Tremonti quando affermò che con la cultura non si mangia. Un risultato grottesco se si pensa che i fatti (realmente accaduti) andarono nella direzione opposta.

Nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, un curioso manipolo di esperti d’arte vestirono i panni dei soldati per recuperare le opere d’arte trafugate dalle armate naziste. La pellicola è tratta dall’omonimo libro di Robert M. Edsel e interpretata da un cast composto da sole stelle: Matt Damon, Bill Murray, Cate Blanchett, Jean Dujardin e John Goodman (oltre all’ingombrante figura dell’attore/regista Clooney) sono uno straordinario lasciapassare per i botteghini dell’intero globo.

Ancora estasiato dalle cialtronesche scorribande dei Bastardi di Tarantino, lo spettatore ripiomba sotto il fuoco dell’ultimo conflitto mondiale carico di aspettative. Là dove il bello scomparì completamente, qualcuno andò controcorrente cercando in tutti i modi di preservare i capolavori del passato. Purtroppo però sullo schermo ciò non traspare, anzi. La retorica, ovvero il più grande nemico del cinema contemporaneo che qui si nasconde ancor più beffardo, ha colpito ancora.

Clooney confeziona un banale e pomposo prodotto che si dimostra capace di far apparire fittizia una storia vera, documentata e originariamente interessante. Un maldestro scivolone realizzato da uno che in carriera ha firmato qualche bel film, Good night, and Good Luck e Le idi di Marzo su tutti. Una delusione cocente al punto da rendere superflua agli occhi dello spettatore l’impresa di questi uomini, in un film che cerca di arruffianarsi lo spettatore attraverso l’ironia dei protagonisti.

Un’opera d’arte vale una vita umana? La banalità del film fa propendere per il contrario.

Articolo pubblicato su MyWord.it

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