Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Mese: settembre, 2013

12 O’CLOCK BOYS di Lotfy Nathan (2013)

12_OClock_Poster_Border_htmlVoto 2,5/4

La favola di Hushpuppy e della sua “famiglia” in Re della terra selvaggia è servita per mostrare una curiosa minoranza che viveva emarginata nella nazione dell’uguaglianza per eccellenza. Ma anche chi vive nei grossi conglomerati urbani non se la passa meglio. Questo sembra essere il messaggio che Lotfy Nathan(cineasta di 26 anni all’esordio assoluto) sembra confezionare con il documentario 12 O’Clock Boys.

Un progetto durato 3 anni (2010-2013) nei quali il regista/sceneggiatore ha seguito Pug, giovane afroamericano di Baltimora affascinato dai 12 O‘Clock Boys, una gang locale di motociclisti di cui il giovane vuole far parte a tutti i costi. Lo spettatore nei 76 minuti del film vede crescere il ragazzo e contemporaneamente riceve una preziosa testimonianza della vita in un ghetto/sobborgo.

La pellicola è tecnicamente suddivisa in due parti: oltre ai suggestivi rallenti che immortalano le incredibili acrobazie dei bikers, gran parte della narrazione è seguita dalla camera a mano del regista. Nathan non cerca di nascondere la macchina da presa, spesso i personaggi interagiscono direttamente con lui o, viceversa, è lui a porre delle domande. L’accortezza nel mescolare questi due suggestivi modi di usare la cinepresa è il vero punto di forza di un documentario che alla lunga rischia di perdere l’attenzione dello spettatore (disorientato dai tantissimi spunti che ogni singola inquadratura fornisce). Che si tratti di New Orleans o Baltimora, questi Stati sembrano sempre più Uniti nel lasciare poche speranze alle prossime generazioni, costrette ad avere dei modelli sbagliati a cui ispirarsi.

La burocrazia e le leggi hanno già trasformato il mondo in un campo di concentramento pulito e sicuro. Stiamo crescendo in una generazione di schiavi. Stiamo insegnando ai nostri figli l’impotenza.
Chuck Palahniuk

 

 

ILO ILO di Antony Chen (2013)

Voto: 3/4

Ilo_Ilo_Movie_PosterCi sono particolari esperienze infantili che, come un bumerang, continuano a tornarci in mente; sensazioni, attimi o ricordi che non ci abbandonano mai immagazzinandosi nel nostro cervello per sempre. Il giovane cineasta Anthony Chen è partito proprio da un momento vissuto da bambino per realizzare il suo primo lungometraggio intitolato Ilo Ilo, presentato in concorso al 18° Milano Film Festival. Il film arriva in Italia per la prima dopo aver vinto la Caméra d’or allo scorso Festival di Cannes.

La storia (autobiografica) narra la nascita del rapporto tra Jiale (Koh Jia Ler) e Teresa (Angeli Bayani ): il primo è un bambino viziato e poco avvezzo alle regole, mentre la seconda è la sua nuova domestica filippina. Sullo sfondo è vivido il ritratto di una Singapore alla fine dello scorso millennio, falcidiata da una crisi economica che costringe i membri della famiglia protagonista a sacrifici e umiliazioni.

Il film parla direttamente al cuore dello spettatore, e lo fa con il linguaggio più puro che il cinema contemporaneo può utilizzare: quello di un bambino. Il vero merito del regista (che ha prodotto e scritto la pellicola) è esser stato capace di coinvolgere tramite una storia così personale e intima curata in ogni minimo particolare. La sbiadita messa in scena serve a rappresentare al meglio una società travolta dalla crisi che affida ogni sua speranza alla lotteria. Singapore è dunque la vera protagonista, fotografata in tutte le sue sfaccettature etniche (la città è costituita al 42% da stranieri, tra cui grosse comunità di cinesi, malesi, filippini e indiani).

La pellicola purtroppo non ha ancora trovato una distribuzione italiana e anche a causa di scelte come questa il nostro è un paese destinato a restare “provinciale”. Ilo Ilo è la storia di un bambino (ora divenuto grande) e del suo sguardo: non più così ingenuo, è capace ora di raccontare i problemi e le disuguaglianze di un paese chiamato mondo.

RUN & JUMP di Steph Green (2013)

run-and-jump-poster01Voto 2,5/4

Si apre con una curiosa commedia non convenzionale la 18° edizione del Milano Film Festival. Run & jump (primo lungometraggio presentato in concorso) è una co-produzione tra Irlanda e Germania, nata dalla sceneggiatura di Alibhe Keogan e diretta dalla giovane regista statunitense Steph Green (famosa per il corto New Boy, candidato agli Oscar 2009).

Il film narra le vicende della famiglia irlandese Conor, alle prese con un evento destinato a sconvolgere la quotidianità: il capofamiglia (Edward MacLiam) è sopravvissuto a un terribile ictus e, dopo il periodo in ospedale, rientra a casa portando con sé tutte le conseguenze irreversibili della malattia. La madre Vanetia (Maxine Peake) si trova quindi a gestire i due figli, il marito malato e persino un ricercatore giunto dagli Stati Uniti (Will Forte) per studiare la riabilitazione del coniuge.

 

L’ottimismo non è solo il profumo della vita (come recitava una vecchia pubblicità ormai divenuta tormentone insopportabile), ma è l’unico motore che permette in alcuni casi di andare avanti. E il personaggio interpretato da Maxine Peake ne è una grandissima dimostrazione, sempre disposta a sorridere nonostante tutto ciò che la circonda. Non bisogna mai smettere di correre e saltare: questo è il più bel messaggio che regista e sceneggiatrice riescono a confezionare, in una pellicola in stile Little Miss Sunshine che ha il pregio di rendere leggeri anche i più gravi problemi.

Le ventate di positività, che inizialmente sono supportate alla grande da dialoghi brillanti, nella seconda metà della narrazione divengono stucchevoli a causa di avvenimenti telefonati e privi di interesse. Molto meglio le discussioni serrate e divertenti tra i membri della famiglia che le lunghe pause riflessive dei protagonisti. L’ottimo lavoro del cast (da segnalare soprattutto le prove di Will Forte e Maxine Peake) sono il giusto corollario a una pellicola ben scritta, ben girata e ben interpretata, a cui però manca un pizzico di maturità per essere completamente riuscita.

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