Occhio ai borderò

Il cinema visto da uno spettatore qualsiasi

Mese: giugno, 2013

STOKER (2013) di Park Chan-wook

StokerVoto 2/4

Nella storia ci sono stati casi in cui il titolo di un’opera bastava per racchiuderne l’intera essenza. Stoker (2013) di Park Chan-wook ne è un esempio calzante: in inglese Stoker è colui che attizza il fuoco, perfetta definizione per il protagonista Charlie (Matthew Goode), apparso dal nulla dopo la morte del fratello e intenzionato a riallacciare i rapporti con la cognata Evelyn (Nicole Kidman) e soprattutto con la nipote Mia (Mia Wasikowska). Turbata dall’arrivo dello zio, la ragazza comincerà a dar libero sfogo ai propri istinti, scoprendo lati di sé stessa mai conosciuti prima.

Da una sceneggiatura scritta a quattro mani da Miller Wentworth (il Michael Scofield di Prison Break) e Erin Cressida Wilson, approda nelle sale la prima attesissima esperienza statunitense del regista coreano di Oldboy. Reso celebre dalla trilogia della vendetta (di cui Oldboy rappresenta il secondo capitolo), Chan-wook affronta per la prima volta un cast composto da star e un soggetto da lui non curato (fatta eccezione per JSA Joint Security Area). Questo secondo aspetto ha una notevole influenza sull’effettiva riuscita della pellicola: oltre all’affascinante messa in scena, ciò che da subito s’intuisce è la mancanza di un intreccio che appassioni appieno lo spettatore. Con l’evolvere della storia i personaggi acquisiscono gradualmente maggiore staticità, in parte bilanciata dall’estrema mobilità della macchina da presa. L’occhio sapiente del cineasta asiatico regala dei punti di vista originali e interessanti, che però non bastano a risollevare una sceneggiatura a tratti evanescente e prevedibile.

Ottima è l’interpretazione del trio cardine Goode, Wasikowska e Kidman. Ognuno rappresenta a suo modo un lato del perverso triangolo che deflagra inevitabilmente al solo contatto tra i lati. Il fuoco nascosto di una giovane introversa può riaccendersi molto facilmente, e tutti coloro che si trovano al suo fianco potrebbero bruciarsi.

INTO DARKNESS – STAR TREK (2013) di J.J. Abrams

Star_Trek_Into_Darkness_Poster_01Voto 2,5/4

I giovani ufficiali della U.S.S. Enterprise sono tornati. Dopo Star Trek (2009), primo reboot della mitica saga fantascientifica, J. J. Abrams dirige anche il secondo capitolo intitolato Into Darkness – Star Trek. Squadra che vince non si cambia, per questo tutto il cast è confermato: Chris Pine è il Capitano James T. Kirk, Zachary Quinto è il Primo Ufficiale Spock, Simon Pegg è il Capo Ingegnere “Scotty” Scott, Zoe Saldana è Uhura, Ufficiale delle Comunicazioni e John Cho è il Timoniere Hikaru Sulu. La novità è Benedict Cumberbatch che veste i panni del misterioso terrorista intergalattico John Harrison.

Questa volta il Capitano Kirk guiderà l’Enterprise in una missione che spazia dal pianeta Klingon alla Baia di San Francisco. A seguito di un sanguinoso attentato nel cuore della Flotta Stellare, i nostri eroi si troveranno costretti a fronteggiare un misterioso nemico dalla terribile forza. Il confine tra alleati e avversari diverrà sempre più labile e ciò complicherà molto la situazione a bordo dell’asttronave.

Girato in IMAX e convertito in 3D, il film di Abrams ha degli incredibili effetti speciali, un ritmo serrato e una straordinaria caratterizzazione dei personaggi. Il lavoro di casting (per la maggior parte ereditato dalla precedente pellicola) è uno dei più riusciti della recente storia del cinema: tutti gli interpreti sembrano nati per vestire le tutine aderenti dell’equipaggio intergalattico. Ciò si sposa perfettamente con una sceneggiatura caratterizzata da dialoghi brillanti colmi di spunti interessanti.

Rispetto a Star Trek c’è però un cambio di registro importante: se nel primo episodio ciò che stupì di più furono le capacità di Abrams e dei suoi collaboratori di non limitarsi al semplice reboot (utilizzando buchi neri e viaggi temporali come strumento per dar vita a un film che fosse direttamente intrecciato con tutte le produzioni passate), oggi Into Darkness – Star Trek è invece una classica ripartenza che riprende fedelmente il prodotto originario e ne cita le parti più interessanti.

Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani, nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

AFTER EARTH (2013) di M. Night Shyamalan

after-earth-ugly-posterVoto 1/4

Può un giovane e promettente regista di quarantatré anni piegarsi a una delle più subdole operazioni della recente storia del cinema? After Earth, pellicola diretta da M. Night Shyamalan e interpretata da Will e Jaden Smith, dimostra che ciò è possibile. Molti passaggi del film in realtà celano un fastidioso messaggio subliminale, in questo caso la settima arte ammicca pericolosamente alla new religion Scientology. Il soggetto è firmato dallo stesso Will Smith e prodotto dalla moglie Jada Pinkett.

Un atterraggio di fortuna costringe Cypher (Will Smith) e suo figlio Kitai (Jaden Smith) ad affrontare un pianeta abbandonato e pieno di pericoli: la Terra 1000 anni dopo la fuga cui furono costretti gli esseri umani a causa di un cataclisma. Poiché Cypher è seriamente ferito, Kitai deve spingersi in cerca di aiuto, muovendosi in un territorio ormai a lui sconosciuto, minacciato da un’inarrestabile creatura aliena fuggita dopo l’atterraggio.

Al grido di “Il pericolo è reale. La paura è una scelta” arriva nelle nostre sale un lungo sermone travestito da film fantascientifico. Le voci sull’eccessiva vicinanza della famiglia Smith agli ideali religiosi promossi dall’amico Tom Cruise vengono in questo film definitivamente confermate. Così come già sostenuto dall’ex membro scientologistaMarc Headley sulle pagine dell’Hollywood Reporter, la storia diretta da Shyamalan sarebbe costellata da icone e citazioni del credo nato dalla mente di Ron Hubbard (dal vulcano presente nella scena finale del film che campeggia in bella mostra nella copertina di Dianetics, fino al mito del potenziale inespresso che è la caratteristica che distingue i due protagonisti).

Ma ciò che più dispiace è veder sprecato il talento di un cineasta che in pochi anni era riuscito a dirigere opere del calibro di Il sesto sensoIl predestinato e The Village. Nemmeno gli effetti speciali riescono a dar ritmo a un plot bloccato dai lunghi dialoghi retorici. Shyamalan è in definitiva ostaggio di una vicenda che non decolla mai.

Mentire è il livello più basso di creatività” firmato L. Ron Hubbard.

Articolo già pubblicato su i-filmsonline

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